L’inquinamento atmosferico? Si risolve anche grazie a riscaldamenti sostenibili

Quello del riscaldamento è considerato, a torto, un settore nel quale è pressoché fatale l’uso di combustibili fossili e quindi per riscaldarsi è necessario emettere polveri sottili e altri inquinanti. In realtà le pompe di calore sono molto più efficienti delle caldaie, non emettono inquinanti nel luogo d’uso e fanno ricorso al 70%-80% di energia rinnovabile.

La firma del protocollo di Kyoto ha dato l’avvio ad una grande trasformazione nel settore della produzione di energia elettrica in Italia così come nella mobilità. Oggi, ad esempio, il 40% dell’energia elettrica consumata è generata da fonti rinnovabili, in particolare da impianti fotovoltaici o eolici, anche attraverso un nuovo modello di produzione rinnovabile diffusa. La diffusione (incentivata) di veicoli elettrici e biocombustibili sta aprendo le nostre città ad una mobilità sempre più sostenibile.

A fronte di questi progressi, non possiamo affermare che nel settore del riscaldamento vi siano stati miglioramenti, al punto che oggi esso rappresenta la principale fonte di inquinamento delle nostre aree urbane in termini di PM10, seguìto dall’industria e dai trasporti su strada. In media, il contributo fornito dal riscaldamento alle emissioni di particolato primario è pari a circa il 43%. Non solo; sebbene le emissioni provenienti dal settore industriale e dai trasporti su strada siano diminuite dal 2000 del 63% e del 50% rispettivamente, quelle da riscaldamento sono aumentate del 47% (e del 62% a livello nazionale)1.

Un andamento simile si riscontra per le emissioni di monossido di carbonio (CO): laddove il contributo proveniente dai trasporti e dall’industria si è ridotto sia a livello urbano che nazionale, il contributo attribuibile al riscaldamento è aumentato del 67% rispetto al 20002. E’ proprio in questo contesto che si inseriscono le nostre pompe di calore, per offrire una soluzione concreta quanto unica a migliorare la qualità dell’aria -oramai irrespirabile- nelle nostre città. La trasformazione avviata nei mercati dell’energia elettrica e dei trasporti si può davvero realizzare velocemente anche nel settore del riscaldamento, riducendo in modo strutturale il ricorso a combustibili fossili e le loro emissioni nocive nel microclima cittadino, evitando soluzioni inefficaci e contingenti.

Le pompe di calore introducono energia rinnovabile “pulita” anche nel settore del riscaldamento

Tina

Le pompe di calore sono macchine intrinsecamente ben più efficienti delle caldaie perché non “creano” energia termica ma la “estraggono” da una sorgente fredda trasportandola ad una destinazione calda e, visto che fanno il contrario di quello che farebbe madre natura, hanno necessità di consumare energia elettrica, anche se in quantità di molto inferiore all’energia offerta (detta “utile”).

Per rendere disponibile in ambiente 100 unità di energia termica, una caldaia deve bruciare ca. 120 unità di energia chimica del combustibile fossile o biomassa: le pompe di calore invece utilizzano 30 unità di energia elettrica (a zero emissioni in-loco) per rendere disponibili le stesse 100 unità di energia termica utile, estraendole dalla fonte rinnovabile (acqua o aria).

TINA supera il principale limite delle pompe di calore tradizionali e ne permette l’uso anche negli impianti di riscaldamento esistenti

Le pompe di calore tradizionali scaldano l’acqua di mandata del circuito di riscaldamento fino a ca. 55°C, per questo motivo sono utilizzabili nei nuovi impianti di riscaldamento, cosiddetti a “bassa temperatura” o “bassa entalpia” ma non possono essere utilizzate per impianti di riscaldamento tradizionali, i classici impianti a termosifoni, che hanno bisogno di acqua a 80°C e che rappresentano la stragrande maggioranza del costruito cittadino (e del paese più in generale).

TINA (e RETINA, che offre anche raffrescamento estivo) è una pompa di calore

Microtina

idrotermica ad alta temperatura che scalda l’acqua del circuito a 80°C e trova il suo naturale inserimento negli impianti di riscaldamento esistenti, senza intervenire su tubazioni o caloriferi, ma semplicemente sostituendo la caldaia e mandando in pensione per sempre la canna fumaria. Il 70% dell’energia necessaria per produrre il riscaldamento viene estratto da acqua di prima falda (o lago, fiume, ecc.) e per il restante 30% si utilizza energia elettrica.

I principali benefici conseguibili sono sintetizzati qui di seguito.

 

 

 

 

Un esempio: la città di Milano

Nel solo comune di Milano sono oggi presenti oltre 2000 centrali termiche a gasolio di taglia media pari a 200kW, utilizzate per il riscaldamento centralizzato.

Durante la stagione invernale (15 ottobre-15 aprile) queste caldaie riversano nell’aria della città ca. 12,7 tonnellate di PM10, 250 tonnellate di SO2, 150 tonnellate di NOx e più di 188 mila tonnellate di CO2.

Sostituire, ad esempio, la metà di questi impianti con una pompa di calore di tipo TINA (una penetrazione dell’1,5% rispetto alle centrali termiche complessive del Comune) implicherebbe il dimezzamento di tutte emissioni sopra indicate. Considerando la sola anidride carbonica, l’intervento avrebbe l’effetto di togliere dalla circolazione 134.000 auto in città (su di un parco registrato di ca. 700.000 automobili): una coda più lunga della distanza Milano-Roma.

Non solo: la “bolletta” a carico dei cittadini interessati sarebbe ridotta di ca. 26 milioni di euro ogni anno (ovvero del 60% della spesa indirizzata, pari a ca. 43 milioni di euro). Non consideriamo poi l’effetto sulla salute (e relativi costi) dei milanesi!

 

1 “Qualità dell’Ambiente Urbano” – X Rapporto, Edizione 2014, ISPRA

2 Ibid.

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